Articoli e conferenze

LA SCIENZA DI FRONTE AL MISTERO
Santità e miracoli tra scienza e fede
Introduzione – Tra scienza e mistero: un ascolto dello Spirito
È per me una gioia poter condividere con voi questo momento di riflessione su un tema che ci porta al cuore vivo della fede: la santità e i miracoli. Sono realtà in cui la ragione cerca di orientarsi, ma è la fede a spalancare lo sguardo, permettendoci di riconoscere il mistero di Dio all'opera nella nostra storia concreta. In questi segni — talvolta silenziosi, talvolta sorprendenti — il Signore continua a parlarci, a interpellare le nostre coscienze e a illuminare, con discrezione e forza, il cammino della Chiesa.
Non sono un'esperta di fenomeni straordinari, né una scienziata. Il mio servizio si svolge nell'ambito della santità canonizzabile, nel ruolo di Postulatrice delle Cause dei Santi. È un compito tecnico, certo, ma reso vivo dall'incontro con il mistero della santità: è, prima di tutto, un lavoro di ascolto e di discernimento, un cammino fatto con umiltà e responsabilità, per aiutare la Chiesa a riconoscere quei segni di Dio che si sono impressi nella vita concreta di uomini e donne che hanno vissuto il Vangelo fino in fondo.
In questo intervento cercherò di partire da alcune domande che a mio avviso sono importanti, e che possono aiutarci a entrare nel cuore del tema:
– Che cosa significa, oggi, essere santi?
– Che ruolo ha il miracolo all'interno del processo di canonizzazione?
– E in che modo la Chiesa si pone di fronte a questi segni straordinari, come li riconosce e li interpreta?
Non ho la presunzione di poter offrire risposte esaustive, né di esaurire un tema così ricco e complesso. Intendo piuttosto delineare alcune coordinate essenziali, che aiutino a cogliere il senso profondo del legame tra santità e miracolo.
In questo orizzonte, la santità — il volto più bello della Chiesa, come amava chiamarla Papa Francesco — nelle sue dimensioni personale, ecclesiale e universale, si presenta fin da subito come una chiamata che interpella ogni battezzato.Una chiamata che non si esaurisce in formule astratte, ma che prende forma nella vita concreta, si radica nella fedeltà quotidiana e si offre al discernimento della Chiesa. È proprio questa realtà che cercherò ora di esplorare, anche alla luce del legame che la tradizione ecclesiale ha riconosciuto tra santità e miracolo.
Il processo di riconoscimento della santità
Se la santità è, come abbiamo detto, una chiamata rivolta a ogni battezzato — vissuta nella trama concreta della vita e riconosciuta alla luce dello Spirito — è naturale chiedersi in che modo la Chiesa ne discerna i tratti e ne riconosca ufficialmente il compimento.
Il cammino che conduce al riconoscimento della santità ha conosciuto, nel corso dei secoli, un'evoluzione profonda, sempre animata dal desiderio di custodire l'autenticità della testimonianza cristiana. Nei primi tempi, infatti, non esistevano procedimenti formali: la santità veniva riconosciuta dal popolo di Dio, attraverso il sensus fidelium, nei testimoni che avevano vissuto una fedeltà radicale al Vangelo.
Furono anzitutto i martiri — uomini, donne e anche bambini che avevano donato la vita per Cristo — i primi ad essere venerati come santi. La Chiesa li riconosceva come testimoni supremi della fede, perché avevano unito al sacrificio di Cristo il proprio sangue. Fin dalle origini, il culto dei martiri si radicò nelle comunità locali, attorno alle loro tombe, divenute luoghi di preghiera e di grazia.
Accanto a loro, la Chiesa ha sempre riconosciuto anche i cosiddetti confessori della fede: uomini e donne che, pur non avendo subito il martirio, hanno vissuto il Vangelo con eroicità in ogni aspetto della vita quotidiana. Per questi fedeli, il processo canonico prevedeva l'approvazione di un miracolo per la beatificazione, e un secondo, avvenuto successivamente, per la canonizzazione.
Nel corso del Medioevo, il riconoscimento spontaneo della santità iniziò ad assumere una forma più strutturata, dando origine a quella che venne chiamata canonizzazione vescovile: il Vescovo diocesano, talvolta riunito in sinodo, poteva autorizzare il culto pubblico verso una persona ritenuta santa. Sarà però Papa Gregorio IX, con le Decretali del 1234, a riservare in via esclusiva al Romano Pontefice l'autorità di proclamare solennemente la santità, segnando così l'origine della canonizzazione pontificia, come la conosciamo oggi.
A una sistematizzazione giuridica più rigorosa e coerente si giungerà nel XVIII secolo, con l'opera di Benedetto XIV. Ma è con san Giovanni Paolo II che, nel 1983, prende forma una riforma organica e moderna, attraverso la Costituzione Apostolica Divinus perfectionis Magister, tuttora in vigore.
La riforma voluta da san Giovanni Paolo II ha delineato con chiarezza le due fasi principali del cammino verso il riconoscimento della santità.
La prima è la fase diocesana, in cui si raccolgono tutte le prove documentali e testimoniali sulla vita del Servo di Dio: si valutano le virtù eroiche, il martirio o l'eventuale offerta della vita, con rigore e attenzione spirituale. Segue poi la fase romana, durante la quale il Dicastero delle Cause dei Santi esamina il materiale raccolto e, se ne riconosce i requisiti, propone al Santo Padre l'approvazione delle diverse tappe del processo.
Il percorso di una Causa è scandito da titoli progressivi, che esprimono anche le tappe spirituali e canoniche di questo discernimento:
- Servo di Dio, con l'apertura formale dell'inchiesta;
- Venerabile, dopo il riconoscimento dell'eroicità delle virtù, del martirio o dell'offerta della vita;
- Beato, con l'approvazione di un miracolo avvenuto per sua intercessione, oppure — nel caso dei martiri — sulla base del solo martirio riconosciuto, autorizzando il culto locale;
- Santo, dopo il riconoscimento di un secondo miracolo e la canonizzazione, che comporta il culto liturgico universale.
Tuttavia, questo itinerario, pur articolato e preciso, non deve mai essere inteso come una procedura burocratica o amministrativa. È prima di tutto un cammino ecclesiale di discernimento spirituale, in cui la Chiesa — illuminata dallo Spirito e guidata dalla prudenza pastorale — cerca di riconoscere nei suoi figli i segni concreti del Vangelo vissuto in pienezza.
È bene ricordarlo sempre: la santità non è un premio riservato a pochi, ma una possibilità reale offerta a tutti i battezzati. La Chiesa non fabbrica i santi: li riconosce, li propone, li accompagna nella preghiera e nel culto del popolo di Dio. E in questo processo, il miracolo non è mai una prova automatica, ma un segno, un sigillo. È una conferma silenziosa e luminosa, con cui Dio stesso sostiene il discernimento ecclesiale, indicando che quel Servo di Dio vive già nella comunione piena con Lui.
Santità e miracolo: linguaggi diversi, stesso messaggio
Ma prima ancora di ogni processo, di ogni miracolo e di ogni titolo, è bene tornare all'essenziale: che cos'è la santità, nella sua verità più profonda?
Parlare di santità, nel linguaggio della fede, non significa riferirsi a una perfezione astratta o irraggiungibile. È una chiamata reale, personale, concreta: Dio interpella ogni uomo e ogni donna a lasciarsi trasformare dalla grazia, a vivere la vita nuova ricevuta nel battesimo. Lo ricorda san Paolo nella Lettera ai Romani, definendoci "santi per vocazione" (Rm 1,7), e lo proclama Dio stesso nel Levitico: "Siate santi, perché Io sono santo" (Lv 11,44). Non si tratta di un'eccezione riservata ad alcuni, ma di un invito rivolto a tutti, nella varietà delle storie e dei cammini.
Questa vocazione prende forma nella vita quotidiana: nella coerenza della testimonianza, nella pazienza dell'amore, nella giustizia che si incarna nelle relazioni. E tuttavia, lungo la storia della Chiesa, questa chiamata ha assunto anche una dimensione pubblica e comunitaria, attraverso il processo di beatificazione e canonizzazione: un discernimento ecclesiale che riconosce, tra i battezzati, coloro che hanno vissuto in modo eroico il Vangelo, offerto la vita per amore o testimoniato la fede fino al martirio.
A volte, a conferma di questo discernimento, si accompagna un segno straordinario: il miracolo. Non è una prova spettacolare, né una dimostrazione meccanica, ma un linguaggio di Dio, che nella sua libertà conferma e illumina un cammino di fede vissuto nella radicalità del Vangelo.
Santità e miracolo parlano lingue diverse, ma convergono: la prima è una vita interamente configurata a Cristo, il secondo è un segno gratuito del suo amore. Entrambi dicono che Dio è all'opera, nella Chiesa e nella storia, e che la santità non è un ideale lontano, ma un orizzonte possibile.
Il miracolo non "prova" la santità, la accompagna.
In questo orizzonte, il miracolo — segno gratuito e luminoso — assume un ruolo specifico anche nel cammino ecclesiale che conduce alla beatificazione o alla canonizzazione. Ma che cos'è, in realtà, un miracolo? E perché la Chiesa continua a richiederlo ancora oggi?
Nel processo canonico, il miracolo ha una funzione ben definita, ma spesso fraintesa. Non rappresenta il fondamento della santità, né costituisce il criterio principale del discernimento. La Chiesa non canonizza per i miracoli, ma per la testimonianza evangelica di una vita pienamente donata: per le virtù vissute in grado eroico, per il martirio accolto in odium fidei, o per l'offerta consapevole della propria vita per amore.
Come abbiamo visto prima, la santità è, prima di tutto, una risposta personale alla chiamata di Dio, vissuta nella quotidianità e riconosciuta dalla Chiesa attraverso un discernimento attento, profondo, ecclesiale. In questo contesto si colloca il miracolo: non come prova scientifica, ma come segno, come conferma dall'alto. La tradizione lo ha spesso definito un "sigillo": un gesto con cui Dio stesso illumina e sostiene il giudizio della Chiesa.
Già nei primi secoli, la fama di santità era spesso accompagnata da eventi ritenuti straordinari. Per custodire il discernimento da entusiasmi frettolosi, la Chiesa ha progressivamente affinato i criteri, a partire dalle norme di Gregorio IX nel XIII secolo, fino agli apporti di Pontefici come Urbano VIII, Alessandro VII e Benedetto XIV.
Il Codice di Diritto Canonico del 1917 richiedeva due miracoli per la beatificazione. La riforma del 1983, voluta da san Giovanni Paolo II, ha semplificato la prassi:
– Per i martiri, non è richiesto alcun miracolo per la beatificazione, ma uno per la canonizzazione;
– Per i confessori, è richiesto un miracolo per la beatificazione e un secondo per la canonizzazione.
Ma come si riconosce oggi un evento come miracolo?
La procedura è molto rigorosa. Il presunto miracolo viene sottoposto a due esami distinti:
– dalla Consulta Medica, composta da esperti indipendenti, che ne valuta l'inspiegabilità scientifica;
– dal Congresso dei Teologi, che esamina se il fatto possa essere attribuito all'intercessione del Servo di Dio e se rispecchi una preghiera autenticamente ecclesiale.
Solo se entrambi i giudizi sono positivi, il miracolo può essere proposto al Santo Padre per l'approvazione.
Si tratta quasi sempre di guarigioni fisiche, che devono essere:
– complete, senza esiti invalidanti;
– stabili nel tempo, verificate a distanza di anni;
– scientificamente inspiegabili, secondo lo stato attuale delle conoscenze.
Il criterio guida è quello della restitutio ad integrum, cioè il pieno e definitivo ritorno alla salute.
Ma oltre la procedura, nel cuore del discernimento ecclesiale, permane una domanda che attraversa secoli di prassi e riflessione: perché, ancora oggi, la Chiesa richiede un miracolo come condizione per la beatificazione o la canonizzazione?
La risposta si trova non tanto in un'esigenza formale o procedurale, ma in una più profonda logica di fede e di comunione. La Chiesa, nella sua prudenza, sa che il mistero della santità non può mai essere ridotto a categorie umane. E proprio per questo, cerca un segno che venga da Dio stesso, una conferma che trascenda il solo giudizio umano: non per sostituirlo, ma per illuminarlo.
Il miracolo, in questo senso, non è un criterio arbitrario, ma un segno soprannaturale di comunione tra cielo e terra. È una forma di parola divina che avviene nel tempo, attraverso cui Dio stesso attesta che quella vita umana — quel servo o quella serva di Dio — è pienamente conformata a Cristo e già accolta nella sua gloria.
Si tratta, dunque, non solo di una conferma del cammino di santità del singolo, ma anche di un dono per la Chiesa nel suo insieme. Quindi il miracolo diventa evento ecclesiale: un richiamo alla speranza, un segnale di consolazione, una spinta a rinnovare la fede, spesso proprio nei momenti in cui può sembrare affaticata o assediata dal dubbio.
Ma il miracolo, prima ancora di essere riconosciuto come tale, è spesso frutto della preghiera di una comunità che, davanti a una sofferenza o a un bisogno concreto, si è messa in ginocchio con fede, invocando l'intercessione di un servo o di una serva di Dio. È una preghiera ecclesiale, che nasce dal basso ma si eleva come grido fiducioso verso il cielo, e che proprio nella sua semplicità e perseveranza si apre a riconoscere l'opera di Dio nella storia.
Ogni miracolo approvato è preceduto da questo movimento di invocazione condivisa, spesso silenziosa, vissuta nei momenti più bui o più decisivi. In questo senso, il miracolo, prima ancora di manifestarsi come evento straordinario, si rivela come incontro tra la fede del popolo e la fedeltà di Dio: un luogo spirituale in cui la Chiesa domanda, spera, accoglie, e Dio risponde con segni che superano ogni calcolo e ogni previsione.
Accanto a questi segni straordinari, la Chiesa ci invita anche a discernere i miracoli nascosti, quelli che non passano per un iter ufficiale, ma che accadono nella vita ordinaria: conversioni interiori, riconciliazioni impossibili, guarigioni silenziose, liberazioni insperate. Sono eventi di grazia che trasformano, che fanno spazio a Dio nelle pieghe della quotidianità, e che richiedono lo stesso sguardo di fede e lo stesso discernimento spirituale.
Anche per questo motivo, la Chiesa non rinuncia a chiedere i miracoli, pur nella consapevolezza che il vero fondamento del processo canonico resta la testimonianza evangelica della vita. La richiesta di un miracolo non nasce da un bisogno di prova, ma da una disponibilità ad accogliere il linguaggio di Dio, nella forma in cui Egli stesso sceglie di parlare: attraverso segni, gesti, guarigioni, eventi di grazia che superano ogni spiegazione umana.
In questa prospettiva, il miracolo è anche un atto ecclesiale di fiducia: la Chiesa attende che Dio stesso confermi ciò che essa ha riconosciuto nella storia di una persona. Ed è proprio in questa attesa orante, paziente, umile, che si manifesta l'essenza profonda del processo di canonizzazione: non come dichiarazione autoreferenziale, ma come riconoscimento e ricezione di un dono che viene dall'alto.
Riflessione conclusiva – Il miracolo più grande
Giunti al termine di questo percorso, credo sia opportuno rallentare il passo e sostare, per raccogliere ciò che rimane nel cuore. I contributi fin qui offerti sono stati necessariamente essenziali, ma forse proprio per questo possono aprire spazi interiori più ampi, nei quali lasciare risuonare il senso profondo di ciò che i miracoli e la santità continuano a dirci oggi.
Nel quadro dell'economia della salvezza, i miracoli approvati oggi dalla Chiesa si configurano come continuità dei segni compiuti da Cristo, manifestazioni della sua presenza viva tra noi, attraverso l'intercessione dei santi. Non si tratta di effetti magici o episodici, ma di segni della grazia, che prolungano nella storia l'azione redentrice del Signore.
I santi, attraverso cui questi segni si compiono, non sono figure remote o straordinarie. Come ci ricorda Papa Francesco, sono "i santi della porta accanto": uomini e donne che, immersi nelle fatiche e nelle relazioni della vita quotidiana, hanno lasciato trasparire il volto di Dio, rendendo credibile e amabile il Vangelo.
Nell'Esortazione Apostolica Gaudete et exsultate, il Santo Padre nel descrivere la sanità dice:"Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa,
nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere...Questa è la santità della porta accanto, la classe media della santità."
Quando il Papa parla di una "classe media della santità", non la sminuisce, ma le restituisce la sua forza rivoluzionaria: quella di un Vangelo vissuto in silenzio, nell'ordinario, con perseveranza e amore. È una via accessibile a tutti, che chiama ciascuno personalmente, e allo stesso tempo ci coinvolge come comunità.
In questo orizzonte, il miracolo non genera la santità: la accompagna, la illumina, la conferma. È la santità che dà senso e leggibilità al miracolo, che lo rende interpretabile come parola di Dio scritta nella carne dell'uomo, per il bene della sua Chiesa. Un miracolo, da solo, non basta: è la vita trasformata dalla grazia che ne svela il significato.
In questo orizzonte, permettetemi di concludere con un nome, un volto, una vita concreta: quella del Servo di Dio Giuseppe Maria De Lillo. Un giovane laico, amico del nostro caro P. Nicola, quindi non una figura astratta e "passata", ma uno di noi, morto a soli 43 anni. Apparentemente ordinario, ma radicalmente abitato dalla grazia. Ha saputo trasformare la sofferenza in offerta, l'amore in servizio, la fede in testimonianza quotidiana. Nei suoi ultimi giorni, chiese che restasse accanto a lui solo il Volto di Gesù, quello dell'Icona sindonica. Non chiese segni, lui stesso divenne segno.
La sua vita — come quella di tanti santi — ci ricorda che il miracolo più grande è l'amore vissuto fino in fondo. Un amore che non ha bisogno di prove...
Ed è questo l'augurio e la preghiera con cui desidero concludere questo mio intervento: che possiamo vivere con il desiderio sincero della santità imparando ogni giorno a riconoscere, con responsabilità e stupore, i miracoli nascosti che Dio compie ogni giorno nella nostra vita; e facendo mie le parole di Léon Bloy auguro a tutti noi, di non avere nella vita altra tristezza se non quella di non essere santi.
3. Domande frequenti
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