Un cuore giovane verso la Pasqua

10.04.2025

Pier Luigi Quatrini e il silenzioso appello di Dio nella primavera del 1990

Aveva appena ventidue anni, e già portava sulle spalle una nomina fresca e impegnativa: Incaricato regionale del Settore Giovani di Azione Cattolica per il Lazio. Un compito che accoglieva con gioia e timore, ma soprattutto con uno sguardo libero e un cuore acceso. Pier Luigi Quatrini non cercava ruoli: cercava luce, senso, Cristo vivo. E in quei giorni di marzo alla Domus Mariae di Roma, in mezzo a cinquecento giovani da tutta Italia, quel desiderio si stava facendo esperienza.
Il titolo del convegno era una promessa pasquale sussurrata con forza mite:
"Ecco, io faccio nuove tutte le cose".
Non era semplicemente un versetto dell'Apocalisse scelto per l'occasione, ma una parola viva, carica di Spirito, capace di raggiungere il cuore e generare un cambiamento. Per Pier Luigi, quel passo della Scrittura non apparteneva più soltanto alla pagina scritta, ma lo chiamava per nome, lo provocava, lo introduceva in un tempo nuovo: il tempo della Pasqua vissuta, accolta, testimoniata.
Le giornate scorrevano piene e vibranti: laboratori, preghiere, celebrazioni, discussioni a gruppi, la Liturgia delle Ore animata dai ragazzi della Valle d'Aosta. E poi le serate con l'A.C.R., tra musica, giochi e testimonianze semplici e vere. Si respirava un'aria di Chiesa giovane, viva, inquieta, pronta a donarsi.
Ma fu la mattina del 10 marzo che accadde qualcosa che avrebbe segnato profondamente il suo cammino.
Sul palco salì padre Baroffio, benedettino dal volto limpido e dallo sguardo profondo. La sala si fece silenziosa. E cominciò a parlare. Con una calma profetica, disse parole che sembravano scolpirsi nell'anima:
"Noi siamo chiamati ad essere l'esegesi vivente del Vangelo. Fare ciò significa essere prima di tutto evangelizzati, lasciarsi continuamente evangelizzare."
Pier Luigi restò in silenzio, profondamente colpito. Quelle parole lo raggiunsero nel profondo, come luce che si posa su una parte di sé rimasta in attesa.
Essere esegesi vivente del Vangelo: non solo parlare di Cristo, ma lasciarlo vivere attraverso la tua vita. Non annunciare con parole, ma testimoniare con gesti, scelte, presenza. Lasciarsi evangelizzare ogni giorno. Farsi plasmare dal Risorto.
Terminata la relazione, uscì in silenzio nel piccolo giardino della Domus. Camminava piano, tra i pini e gli oleandri, con il cuore colmo. Non volò lontano: il pensiero tornò a casa, a Civita Castellana.
Casa sua non era lontana da Roma, eppure in quel momento sembrava l'orizzonte del Vangelo.
Civita Castellana, con i suoi palazzi che nascevano accanto ai vicoli antichi, con il Duomo che resisteva al tempo, con la vita che scorreva tra le botteghe e i balconi. I suoi genitori venivano da Viterbo, città fiera e antica, ma Civita era la sua culla spirituale, il suo grembo umano. In quella città era cresciuto, tra mura familiari e strade cariche di memoria. Non aveva mai vissuto la terra da contadino, ma la sentiva sua, compagna silenziosa del cammino, specchio della Parola.
In quelle passeggiate, nelle gite parrocchiali, nei ritiri con i giovani, aveva imparato che amare Dio e la terra non erano due gesti separati. Era lo stesso amore, lo stesso Vangelo. Lo aveva capito guardando un campo appena arato o ascoltando il vento tra gli alberi: Dio non è lontano, è intimo alla creazione, e l'uomo, se vuole essere suo discepolo, deve amare ciò che Dio ama.
In quel tempo di Pasqua che si avvicinava, tutto sembrava parlare di vita nuova. Il convegno terminò l'11 marzo, ma nel cuore di Pier Luigi era iniziata un'altra tappa del suo cammino.
Ritornò a Civita Castellana con un'urgenza nel cuore: rendere concreto ciò che aveva ascoltato, vissuto, ricevuto. Radunò i giovani dell'Azione Cattolica, propose momenti di preghiera all'aperto, celebrazioni nella natura, serate di riflessione e canti.
Era primavera, e ovunque si respirava la rinascita: gli alberi si vestivano di nuovo, le colline brillavano di verde, i fiori spuntavano ai bordi delle strade e nei giardini. E in quella bellezza fragile e potente, i ragazzi imparavano a leggere un Vangelo silenzioso, quello della creazione che rinasce, segno discreto e forte della Risurrezione.
E quando, nella sua parrocchia di San Giuseppe Operaio, si celebrò la Veglia Pasquale, Pier Luigi vi partecipò con raccoglimento profondo, consapevole di trovarsi dentro il cuore del mistero cristiano. Non aveva parole da aggiungere, solo il desiderio di lasciarsi trasformare dalla luce che quella notte rinnovava ogni cosa.
Al momento del rinnovo delle promesse battesimali, i ragazzi dell'Azione Cattolica — da lui preparati con cura e passione — portarono all'altare un ramoscello d'ulivo intrecciato con un nastro bianco, segno della pace e della terra rinnovata dalla Risurrezione.
Lo posarono accanto al cero pasquale, tra i canti che annunciavano la vittoria della luce.
Fu un gesto semplice, ma vero. Un piccolo sacramento di speranza, che univa il cielo e la terra.
Pier Luigi lo guardò in silenzio. Pregò, con parole senza suono:
"Signore, fa' che io ami come Tu ami.
Fa' che la mia vita Ti racconti.
Fammi dono di un cuore aperto al cielo
e radicato nella terra.
Fa' che io sia esegesi vivente del Vangelo.
Fa' che io sia Pasqua per chi incontro."
E in quel momento seppe che Cristo risorto cammina ancora, nei passi di chi si lascia convertire ogni giorno, nei gesti semplici e forti, nella terra amata, nella giovinezza donata.
Era Pasqua. E tutto era veramente nuovo.

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